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Discorsi del
Cardinale Dionigi Tettamanzi
Tratto da “Messaggio ai partecipanti alla XXIV edizione della
marcia ‘Andemm al Domm’ Ricordavo lo scorso novembre che “l’educazione e la scuola sono una dimensione iscritta e inestirpabile di quell’evento fondante e unico dell’esistenza umana che è la vita”. Ebbene credo che si sia raccolta, in questi anni, la sfida dell’educare e che ci si stia impegnando in proposito con serietà e determinazione. Educare infatti è oggi più che mai decisivo, ma anche particolarmente faticoso. Chiede anzitutto di collocare la persona al centro di ogni progetto e di ogni iniziativa, accogliendo la sua storia e quindi le sue belle qualità con i suoi limiti e le sue fatiche. Domanda inoltre da parte degli educatori un paziente e un intelligente coinvolgimento nella sua vita, con la disponibilità ad accompagnarla e a condividerla, conservando su di essa uno sguardo positivo in una stagione per altro in cui risente facilmente di blocchi e di pigrizie. Certo l’obiettivo rimane alto. Non si tratta solo di formare dei “bravi ragazzi” e neppure, credo, dei “bravi cittadini”. Si tratta invece di insegnare a stare nel mondo con lo stile stesso di Gesù, lo stile dell’accoglienza, del servizio, della responsabilità, in una parola lo stile dell’amore. E gli educatori, in questo cammino, rivestono un ruolo importante: non certo in quanto modelli di perfezione e di rigida coerenza, bensì in quanto “icone”, immagini vive e concrete di bella umanità.
Tratto da “L’impegno educativo: una ricchezza da condividere per
essere testimoni di Gesù risorto” E’ importante rilevare come l’atteggiamento della riconoscenza sia indispensabile per l’azione educativa. Educare, infatti, significa restituire gratuitamente il dono che abbiamo ricevuto. Come Chiesa non possiamo trattenere solo per noi i doni di Dio, ma li dobbiamo comunicare agli altri con animo riconoscente; e l’educazione costituisce una forma alta di restituzione dei beni ricevuti da Dio in Cristo Gesù. In questo senso, il mio invito è quello di vivere autenticamente e con credibilità evangelica il compito educativo che state svolgendo nella Chiesa e nella società. La triade “comunione – collaborazione – corresponsabilità” è segno e frutto di ogni impegno autenticamente ecclesiale. Il racconto delle esperienze educative nei confronti dei più giovani è l’inizio di un lavoro che ci vedrà impegnati, tutti insieme, sul tema dell’educazione e che arriverà – spero proprio – anche a studiare e a proporre iniziative concrete non solo nell’ambito ecclesiale ma anche in quello civile. Ma un simile percorso non può fare a meno di questo “metodo spirituale” di lavoro: non solo perché il compito educativo richiede oggi un rinnovato impegno di lettura e di conoscenza della cultura e delle condizioni di vita nelle quali ci troviamo, ma soprattutto perché c’è una “buona notizia” da annunciare con la testimonianza di una vita nuova, rinnovata e rinnovatrice, capace di trasmettere (tradere, traditio) il vero senso dell’esistenza, ossia del vivere, del soffrire e del morire. Anche il compito educativo passa concretamente attraverso le persone che stanno movendo insieme – come Chiesa – questi passi e che, per questo, diventano testimoni della “vita nuova” che viene dal Vangelo e che semina e fa fiorire la speranza nelle persone che nell’esistenza di ogni giorno si dibattono tra difficoltà e attese, tra pesi e sogni, drammi e invocazioni. Nelle famiglie, nei gruppi, nelle nostre comunità e realtà cristiane, nella scuola, nel mondo del lavoro, negli ambienti sportivi e di divertimento, ecc., non possono mancare per i nostri giovani figure di adulti “plasmati dalla fede”, credibili e interessanti per quella “qualità della vita” che viene dal Vangelo e che apre alla speranza e alla bellezza dell’esistenza, e alla vera libertà e alla gioia piena.
Tratto da “Si fa per dire” – Messaggio alla Diocesi per
l’oratorio estivo 2006 Noi viviamo immersi in una cultura e in uno stile di vita dove tutto o quasi è banale e superficiale …In particolare, i modelli televisivi spettacolarizzano e relativizzano tutto. Capita così che i drammi più lancinanti delle persone sono spesso spiattellati davanti all’opinione pubblica senza alcun pudore e rispetto, unicamente per suscitare un po’ di commozione e che, subito dopo, la leggerezza delle parole e la frivolezza dei comportamenti assumono importanza drammatica facendo dimenticare che, in realtà, si sta assistendo a un semplice gioco e a una semplice finzione televisiva. Allo stesso modo, i fatti complessi della politica sono spesso ridotti a parole ad effetto e ad alcuni slogan di abili e spregiudicati comunicatori che raccontano mille “verità” diverse. Anche l’esperienza sacra della fede è sempre più svenduta all’”audience” del momento… Quando e dove “si fa per dire”, tutto appare in questo modo e ogni realtà e ogni vicenda della vita viene banalizzata e trattata con estrema superficialità. Questa cultura della banalità e della superficialità, però, non è affatto innocua, ma miete non poche vittime! Come reagisce e si sente chi finisce in tv o sui giornali con accuse che poi si rivelano false e “pettegole”? Chi difende i bambini coinvolti in drammi familiari che finiscono in pasto al grande pubblico? Ci si può, forse, scusare con loro dicendo che “si faceva solo per dire”? No, tutto questo è inammissibile! Noi, allora, non vogliamo essere protagonisti e neppure complici ingenui di questa banalità diffusa, per la quale tutto passa in pochissimi istanti, lasciandoci indifferenti. Lasciamoci interpellare seriamente dalle parole che in questi giorni risuonano nei nostri Oratori. Possono essere forse parole ancora acerbe e non sempre ben intonate, come è l’esperienza di ogni ragazzo che cresce. Ma sono l’eco delle parole di Gesù. Esse ci invitano sempre ad essere “grandi” come lui. Ad essere, cioè, “piccoli”: persone che – proprio perché fanno come lui – ascoltano, pregano, amano, servono. |